Le stelle brilleranno,
le acque scorreranno,
i giardini fioriranno,
lì, potrò trovarti.
Il sole ci scalderà
sciogliendo la neve
e io saprò che tu sei lì per me.
Le stelle lo mostreranno
il vento lo sussurrerà
e io saprò che ti troverò, lì, per me.

ROXETTE “Stars”

 

Prologo

Era un giorno come gli altri. Tutto era assolutamente, innegabilmente normale, niente di insolito, niente di strano che potesse metterla in guardia. 

Si era alzata, e si era vestita per una fredda mattina di ottobre, stivali nuovi (col tacco non troppo alto, per permetterle di salire le scale senza catastrofi, ma abbastanza da farla sentire più femminile del solito), pantaloni di velluto attillati e un maglioncino verde. Si era guardata allo specchio per cercare di domare la chioma che aveva arricciato con la permanente, ma ogni suo tentativo era stato inutile. Le piacevano i suoi capelli, erano il suo punto di forza, lunghi (finalmente le arrivavano a metà schiena) e rossi, ma non carota, un bel rosso tiziano che anche i parrucchieri le ammiravano. Senza di loro non sarebbe stata nessuno. Era magra, di statura media, e piatta come una tavola, nonostante avesse già ventidue anni. Fissò sconsolata la sua immagine: aveva la pelle talmente bianca da sembrare cadaverica, labbra sottili, e occhi verdi, ma non un bel verde chiaro, di un verde oliva misto a marrone.

-Anna! Sbrigati o perderai il treno.

Il grido di sua madre la riportò alla realtà, prese il walkman e lo infilò in borsa, poi indossò il cappotto e imboccò l’uscio di casa diretta alla stazione ferroviaria.

Il vento freddo le sferzò il viso e le sue guance divennero immediatamente rosse come mele. Non sentiva più la punta del naso, e gli occhi le lacrimavano. Odiava l’inverno. Desiderò avere indossato una sciarpa, ma ormai era troppo in ritardo per tornare indietro a prenderla. Aumentò l’andatura e riuscì a prendere la corriera appena prima che ripartisse. Timbrato il biglietto, si sedette a godere del calduccio di quell’ambiente riscaldato. Gli unici passeggeri erano lei e due vecchiette che parlavano fitto fitto dei loro mariti morti, confrontandone i difetti. Tenevano strette sotto il braccio le borsette in pelle ed avevano in grembo due borse della spesa da cui usciva un invitante aroma di pane appena sfornato. Lo stomaco di Anna brontolò per la fame, esprimendo il suo dispiacere per il fatto che quella mattina avesse saltato la colazione.

Il suono del suo cellulare la distrasse dal pensiero di quei fragranti panini. Lo prese in mano e vide che un messaggio che la sua amica Sara le aveva mandato la sera prima, quando aveva già spento il telefonino, le era arrivato solo adesso: “Non vado all’uni domani. Poi mi dici per i profe. Bye.”

Le aveva dato buca, cavoli. Sarebbero dovute andare in treno fino all’università assieme, ed invece avrebbe fatto il viaggio di un’ora tutta da sola. Niente chiacchiere di esami e di ragazzi, il viaggio sarebbe stato una noia mortale.

La corriera si fermò alla sua fermata e Anna scese in tutta fretta. Corse in stazione e affannata percorse la scalinata che dal sottopassaggio portava al binario del suo treno. Per fortuna era ancora lì, non l’aveva perso, nonostante il suo colossale ritardo.

Una volta salita, calzò le cuffie sui timpani e si mise comoda. Il vagone era semivuoto come al solito e come sempre il treno viaggiava con una lentezza esasperante, ci avrebbe messo una vita ad arrivare in università. L’unico aspetto positivo era che, visto che non c’era, Sara non l’avrebbe assillata per convincerla ad uscire con Matteo. Non le dava tregua ultimamente. Matteo non era male, per lo meno lo aveva sempre trovato simpatico, ma da quando si era messo in testa di essere innamorato di lei, ogni suo gesto la metteva in imbarazzo, la faceva sentire sotto assedio. Cosa c’era che non andava in lei? Trangugiò la saliva e, con un sospiro, chiuse gli occhi concentrandosi sulla musica.

Che andassero a farsi benedire anche i ragazzi. Quelli che le piacevano, non la vedevano nemmeno, e quelli che si mostravano interessati non erano mai ciò che voleva veramente. E peggio ancora, lei non si faceva mai avanti con chi le interessava davvero. Li ammirava da lontano, senza mai mettersi in gioco, per paura di venire rifiutata. Era una codarda. Questa era la verità. Deglutì di nuovo il groppo che aveva in gola e cercò di perdersi nella melodia della canzone che stava ascoltando, ma il cd saltò, e la musica s’interruppe. Perplessa, Anna riaprì gli occhi. Vide il paesaggio fuori dal finestrino ondeggiare. I peli e i capelli le si rizzarono istantaneamente per la paura. Che cosa stava succedendo? Che il treno stesse deragliando? Istintivamente le sue dita si serrarono sui braccioli. La carrozza sussultò e il vagone improvvisamente prese a sbandare, sballottandola come una pallina in un flipper. Un lampo di luce bianca. In quell’istante il mondo parve capovolgersi insieme allo stomaco. Il respiro si fece affannoso mentre Anna sollevò le braccia per proteggere la testa. Un incidente ferroviario, senz’altro si trattava di questo. Non voleva morire in uno stupido incidente! Anna fu sbalzata dal sedile e si ritrovò a galleggiare per aria.

Aprì gli occhi, c’era ancora quella luce bianca fortissima che le veniva incontro. Le sembrò di venire attirata in essa come in un vortice. Fu come venire immersa in un bagno d’acqua fredda. Una forza comprimeva il corpo e poi lo stiracchiava in direzioni diverse. Che cos’era quel suono? Ah sì, era la sua voce. Stava gridando e ogni parte del corpo doleva come se qualcosa o qualcuno lo stesse trascinando simultaneamente per i piedi e per i capelli. Poi decise di smettere di respirare, e di pensare, non poteva fare altro se non concentrarsi su quel dolore terribile: era come lo schiacciamento provocato da una morsa che la stringeva e stringeva e stringeva, finché non venne sputata fuori e si ritrovò libera, ma con la sensazione di stare cadendo nel vuoto.

Con la cessazione del dolore tornò finalmente a respirare, ma il fiato appena aqcuisito le venne di nuovo rubato dall’impatto col terreno. –Accidenti che male!

Era stata sbalzata fuori dal vagone? Per fortuna sembrava esserne uscita relativamente illesa, solo lievemente acciaccata, ma non ci teneva proprio a ripetere un’esperienza del genere. Represse un brivido di paura al solo pensiero. Che cosa era successo? Si guardò attorno ma non c’era traccia del treno, o del vagone rovesciato o delle rotaie, tutto intorno a lei c’era solo un prato, uno stupidissimo enorme prato. “Una pianura ” le suggerì il cervello.

Prato o pianura non aveva idea di dove fosse. Certo non poteva trovarsi a una distanza troppo grande dal treno, o si sarebbe fatta molto più male. Ora, con calma, si sarebbe alzata e, ad intuito, avrebbe arrancato in cerca del vagone o delle rotaie: un piano semplice e logico.

Guardò verso il cielo nella speranza di avvistare magari un po’ di fumo proveniente dal luogo dell’incidente, ma non vide affatto ciò che sperava. L’epiglottide salì e discese più volte nella gola, in sincrono con il cuore che balzava nel petto.

Vide il cielo, certo, ma non il cielo che voleva. Non era azzurro, ma verde, un verde smeraldo molto chiaro, e non era illuminato dal sole, ma da tre “astri” che, come “soli” inondavano il paesaggio di luce verdognola.

-O mio Dio!- richiuse gli occhi e poi li riaprì, ma niente era cambiato, il cielo era proprio verde.

-Questo sarebbe il momento di svenire, perché non riesco a svenire? Almeno eviterei di cadere nel panico. – fece dei respiri profondi e cercò di calmarsi. -Sta calma, calma, certamente c’è una spiegazione logica per tutto questo, ne sono sicura, dunque uno scherzo, un pesce d’aprile, ma non è aprile…..una candid camera, certo!- Gli occhi vagarono sulla distesa vuota e verde. Eppure sembrava tutto così reale. Quale televisione poteva permettersi una simulazione di realtà così credibile? Forse cadendo aveva battuto la testa e quelle erano allucinazioni, oppure stava semplicemente sognando. Magari era in ospedale, l’avevano operata e quei tre dischi erano le luci della camera operatoria… Sì doveva essere così, e tutto quel verde doveva essere il colore dei drappi chirurgici. Doveva svegliarsi assolutamente.

In quell’istante, tuttavia, le riflessioni di Anna furono bruscamente interrotte. In lontananza risuonò un rumore di zoccoli. Un cavallo? Anna si guardò intorno sempre più spaesata. No, dovevano essere più d’uno a giudicare dalla nuvola di polvere che si levava all’orizzonte.

La nube ingigantì rapidamente avvicinandosi e dopo qualche istante rivelò la figura di quattro cavalieri.

Uomini e animali la circondarono. La bocca di Anna si dischiuse e non accennò a volersi richiudere. Il cuore batteva così velocemente che prima o poi le sarebbe schizzato fuori dal petto. Doveva calmarsi o c’era il rischio di uscire di senno. 

I quattro cavalieri la fissarono incuriositi, ma con espressione severa, c’era un che di marziale in loro, nella postura e nell’aspetto. Sembravano guerrieri.

Tutti indossavano pantaloni di pelle con stivali fino al ginocchio, anch’essi di pelle, e una specie di cotta di maglia dorata e verde senza maniche, che lasciava loro completamente scoperte le braccia. Sulla schiena portavano allacciate delle lunghe spade e su entrambe le braccia, dalla spalla al polso, bracciali a forma di serpente, di oro rosso. Erano muscolosi, avevano cicatrici anche sul viso, e soprattutto tutti e quattro avevano capelli rossi, legati in una lunga treccia che scendeva lungo la schiena.

Quello con l’aria del capo scese da cavallo e si avvicinò. Doveva essere alto circa un metro e ottanta, e aveva i tratti del viso molto marcati: una mascella quadrata, un naso lungo e piuttosto importante e due occhi grigi duri e severi. Troppo squadrato e rigido per essere definito bello, incuteva timore, anche se non sembrava molto più vecchio di Anna.

-Dunque la profezia era vera. – disse con voce pacata, squadrandola da capo a piedi, e soffermandosi perplesso per un attimo sugli abiti della ragazza.

Anna era intimorita, ma udì distintamente la propria voce balbettare qualcosa di confuso che gradatamente divenne un discorso, -Non so cosa vogliate farmi o dirmi e non mi interessa. Tutto questo è solo un sogno da cui intendo svegliarmi immediatamente, perciò andatevene e lasciatemi concentrare.– Anna, fiera del suo discorso, sorrise cordiale, sperando che non le facessero perdere altro tempo.

Il capo dei soldati non sembrò scomporsi (probabilmente non si scompone nemmeno quando va in bagno, tanto è rigido, pensò Anna).

-Vi assicuro che questo non è un sogno, è la realtà, e noi siamo qui per accompagnarvi dai nostri capi. – le disse e fece un passo verso di lei.

Anna indietreggiò subito. Mille campanelli di allarme presero a trillarle tutti insieme nella testa. Quella storia si faceva sempre più terrorizzante. Era in balia di un’allucinazione sconosciuta. Anzi di ben quattro allucinazioni, e armate di tutto punto! Fidarsi è bene ma non fidarsi è molto meglio, quante volte glielo aveva ripetuto sua madre, lei di certo non sarebbe andata da nessuna parte con loro. Questa pazzia doveva finire. E subito.

-Tu credi sia reale perché fai parte del sogno, ma io sono colei che sta sognando e, non appena mi sveglierò, voi e tutto questo strano mondo scomparirete. Ora chiuderò gli occhi e mi darò un bel pizzicotto, quando li riaprirò sarò a casa nel mio letto.

Chiuse gli occhi e si pizzicò con forza l’avambraccio. Sentì  dolore, ma sollevò di nuovo le palpebre davanti a lei c’erano ancora i quattro cavalieri che la fissavano senza battere ciglio sotto un cielo color smeraldo. Anna sentì la paura farsi strada e lo stomaco annodarsi per la tensione, non si era svegliata perciò forse tutto questo non era un sogno.

Il capo aveva osservato il viso di Anna passare dalla rabbia, alla confusione e infine al terrore puro, e le parlò con calma, come avrebbe parlato ad un cavallo imbizzarrito per calmarlo, mantenendo le distanze per non spaventarla di più.

-Non vi preoccupate. Prendetevi il tempo che vi occorre. Nessuno intende farvi del male. Ora i miei uomini torneranno al castello e rimarrò io solo.- fece un cenno ai suoi compagni che girarono i cavalli e partirono al galoppo.

-Non dovete essere spaventata. Devo solo accompagnarvi dal nostro capoclan, tutto qui. Una profezia fatta circa mille anni fa, ci disse che oggi, nella pianura di Ellendes vicino all’albero di deyan sarebbe apparsa una fiamma, proveniente da un’altra dimensione, che avrebbe cambiato per sempre il nostro mondo. E voi siete apparsa proprio come predetto.

Anna lo fissava a bocca aperta. Era troppo sorpresa per fare qualcosa, ma si ritrovò a parlargli senza accorgersene – Io non sono una fiamma.- disse con voce flebile.

-Le profezie sono sempre enigmatiche e vanno interpretate, noi chiamiamo fiamme, a volte, le donne dai capelli fiammeggianti del nostro clan. Voi avete i capelli rossi ed siete apparsa nel luogo predetto, il giorno e l’ora previsti. Non ci sono dubbi.

Anna aveva voglia di ridere e piangere contemporaneamente, era tutto così assurdo, e tornò a ripensare alla prima ipotesi della candid camera. -È uno scherzo vero? Dov’è la telecamera? Per favore mi creda non sono in vena, anzi sono al limite della mia sanità mentale e voglio tornare a casa. – era sull’orlo delle lacrime.

Lui la guardò serio. Dio ma non aveva altre espressioni facciali? Pensò Anna.

-Non è uno scherzo, ve lo assicuro.- ripetè l’uomo –Voi siete semplicemente passata dalla vostra dimensione alla nostra attraverso un portale di energia. Sono rari ma a volte appaiono e possono inghiottire cose o persone. Sono cose che accadono purtroppo. Il portale cambia la struttura fisica degli esseri viventi che lo oltrepassano, adattandola alla nuova dimensione, per questo voi riuscite a respirare anche qui e parliamo la stessa lingua.

-Sono cose che accadono?! Come può liquidare così quello che mi sta succedendo? È uno scherzo, deve essere uno scherzo, è solo un orribile stupido tremendo orrido catastrofico scherzo. – ripeté Anna come un mantra, e si rannicchiò in posizione fetale sull’erba, chiudendo gli occhi.

-Vi sentite male?- le chiese il soldato.

-No, sto solo avendo una crisi isterica molto moderata, grazie per l’interessamento. – rispose sarcastica. Purtroppo una piccola parte di lei cominciava a credergli. All’improvviso si sollevò a sedere e tirò fuori dalla borsa il cellulare. Il display tuttavia era desolatamente inerte. Non c’era campo, nulla…nulla….

Ricacciando indietro le lacrime guardò fisso negli occhi il soldato -Può darmi qualche prova concreta di quello che dice, dell’esistenza di quel portale, del fatto che questa non è più la mia dimensione?

Lui la fissò per un attimo riflettendo -Le nostre dimensioni devono essere molto simili se avete bisogno di prove. – disse; poi si tolse uno dei lunghi bracciali tortili dal braccio e lo prese in mano.

– Toccatelo. – disse, porgendolo.

Anna obbedì, ma quando sfiorò il gioiello, il metallo cambiò colore e, da rosso, divenne verde; il soldato allora sussurrò alcune parole e il bracciale si tramutò in un serpente vivo, Anna urlò e balzò in piedi spaventata, il soldato sussurrò di nuovo e il serpente tornò ad essere un bracciale. L’uomo lo indossò, come nulla fosse successo. Anna si accasciò a terra e le lacrime, tanto a lungo trattenute, presero a scenderle sul viso rigandole copiose le guance, sempre più abbondanti. Non riusciva a smettere di piangere. Se quello era un sogno, era un incubo orribilmente reale e dal quale evidentemente non riusciva ad emergere. Aveva toccato con mano il bracciale, e tutto si era svolto a distanza troppo ravvicinata per credere a un trucco da prestigiatore. In quella specie di incubo esisteva la magia, il cielo era verde, si viaggiava ancora a cavallo, invece del sole nel cielo risplendevano tre stelle verdi, no non poteva essere la sua dimensione, non poteva. O lei era morta e questo era il paradiso, ma non le sembrava proprio; o ciò che quell’uomo le aveva detto era vero, almeno in parte. Aveva letto tanti romanzi dove succedevano cose del genere, in Star Trek accadeva continuamente che le dimensioni comunicassero, ma questa era la vita reale, la sua vita.

-C’è un modo per tornare indietro da dove sono venuta?- gli chiese.

-Sono solo un soldato e non mi intendo molto di queste cose, ma forse un mago potente potrebbe aiutarvi, non che personalmente mi fidi molto dei maghi potenti. Ciò che so è che è quasi impossibile scoprire dove apparirà un portale e, se apparirà, sapere dove ti condurrà.

-Quindi è impossibile.- sussurrò Anna, e finalmente gli dei ebbero misericordia di lei e svenne.

Il soldato scosse la testa e si rassegnò ad aspettare finché non si fosse risvegliata.

 

 

 

 

Capitolo 1

 

Anna rinvenne anche troppo presto per i suoi gusti, si guardò intorno disorientata, un uomo con una lunga treccia rossa, un enorme albero, il cielo verde…..o mio dio…allora non l’ho sognato…è tutto vero… e si coricò di nuovo sconsolata, non voleva più riaprire gli occhi.

-Potrestee evitare di svenire di nuovo? Si sta facendo tardi e il capo del mio clan inizierà a spazientirsi, se dovrà aspettare ancora per molto.

-Cercherò di non svenire per il bene del suo capo.- replicò lei guardandolo con odio. 

-Dopotutto cosa mi è successo? Sono solo finita in una dimensione sconosciuta, non tornerò mai più a casa e non rivedrò più i miei genitori, niente di grave. – gli urlò isterica.

Lui la guardò impassibile, per niente turbato dalla sua scenata. Anna ribolliva di rabbia, voleva ucciderlo in quel momento. Non lo fece, solo perché primo, non era un’assassina, e secondo, non ne valeva la pena, visto che non avrebbe cambiato la sua situazione. Ma gli diede comunque un bello schiaffo sul viso, e questo la fece sentire meglio.

Il soldato non mosse un muscolo, né cambiò espressione, mentre la sua guancia si arrossava -Ora che si è sfogata, possiamo andare?

-Sì, e dammi pure del tu. Io farò lo stesso con te. Mio Dio, sei l’unica persona di questo mondo che conosco se mi dai del lei, ma fai sentire ancora più sola e isolata.- sospirò Anna.

Lui si avvicinò al cavallo tenendolo per la briglia, aspettandosi che lei salisse sulla sua groppa.

Anna emise l’ennesimo sospiro di sconforto -Non sono mai salita su un cavallo, non possiamo andare a piedi o con un altro mezzo di trasporto?

-No.- disse lui e si avvicinò a lei per aiutarla a salire – Appoggia il piede sinistro sulle mie mani, poi datti una spinta e scavalca la groppa del cavallo con la gamba destra, aiutandoti anche con le braccia.

-Cosa ho fatto di male nella mia vita?- si chiese Anna ad alta voce, poi cercò di eseguire le sue istruzioni. Cosa più facile a dirsi cha a farsi. Dopo diversi tentativi e molte spinte da parte del soldato, finalmente fu in groppa al cavallo, un cavallo identico a quelli della sua dimensione. La sua vecchia dimensione, la sua nuova dimensione. Pensarci le faceva venire il mal di testa e ora come ora aveva già le vertigini da tanto era alta quella bestia. Il soldato con un balzo salì sulla sella dietro di lei e insieme partirono verso una meta che le era ignota.

Dio quanto è scomodo, pensò mentre sobbalzava dolorosamente sulla sella. Si rendeva conto che seguire in questo modo uno sconosciuto non era molto intelligente da parte sua, ma non poteva certo passare la notte all’aperto, e la parola castello la rassicurava che almeno avrebbe dormito sotto un tetto stanotte. Lui era più forte di lei e avrebbe potuto costringerla comunque.

-Come ti chiami?- chiese al soldato, così almeno avrebbe smesso di pensare a lui come ‘il capo dei soldati’ e forse un nome l’avrebbe reso un po’ più umano e meno automa.

-Saiel, capo delle guardie del clan del fuoco.

-Io mi chiamo Anna, nel caso ti interessasse.- ma evidentemente non gli interessava perché non le rispose. Anche lei non era in vena di parlare, meglio raccogliere le idee e le forze per quando si fosse trovata davanti al capo di questo clan.

Dopo uno scomodissimo viaggio di un quarto d’ora, ma che ad Anna sembrò durare una vita, finalmente, sopra una collina piuttosto alta, apparve in vista un castello. Era un edificio costruito con enormi blocchi squadrati di pietra, dotato di cinque torri di sorveglianza. Il suo aspetto era uguale a quello dei castelli che Anna aveva visto in Francia o in Germania, ma le sue dimensioni….assolutamente no; era enorme, molto più grande di una piramide egiziana, e i blocchi che lo formavano erano di una roccia rossa molto brillante.

Anna deglutì preoccupata cominciando a temere che fosse abitato da giganti invece che da uomini.

– C’è qualcosa che dovrei sapere? Qualche particolare che potrebbe apparirmi strano, o pauroso o terribile visto che vengo da un’altra dimensione, in quel castello?- chiese a Saiel ansiosa.

-No, non credo, come hai potuto vedere, anche noi “di questa dimensione” abbiamo due gambe due braccia due occhi e una bocca, proprio come te. – le disse.

Lievemente rincuorata, (almeno le aveva risposto) Anna si disse che doveva apparire calma e sicura, se voleva che l’ascoltassero.

Le sentinelle dovevano averli avvistati, poiché l’enorme portone d’ingresso iniziò ad aprirsi prima cha arrivassero sotto le mura.

Dio da vicino sembrava ancora più grande.

Una volta entrati nel cortile interno, Saiel, scese da cavallo e l’aiutò a scendere afferrandola per la vita, sollevandola di peso e posandola a terra. -Grazie per avermi risparmiato una figuraccia.- lo ringraziò Anna. Saiel non le rispose ma annuì.

Tutto intorno ad Anna nel cortile si era già radunata una piccola folla: bambini, uomini, donne, vecchi e giovani. Dagli abiti semplici, gonne, bluse e pantaloni grezzi, sembravano popolani o contadini, la forza lavoro che mandava avanti il castello. Tutti i vestiti erano di varie tonalità di verde e marrone, e tutte quelle persone avevano i capelli rossi.

Questo rassicurò Anna, forse il suo colore di capelli l’avrebbe aiutata.

Un giovane dai capelli rossi, vestito più elegantemente con una casacca di seta verde e pantaloni di pelle verdi, si fece strada tra la folla. Sul capo portava un morbido cappello ornato di una piuma e si fermò a fissare Anna con uno sguardo incuriosito negli occhi.

-Mia signora, Acaon, figlio di Feron, capo del clan del fuoco, ti sta aspettando.

Anna cercò di apparire calma mentre annuiva nella sua direzione e gli si affiancava. Il cuore le batteva all’impazzata, mentre seguiva il giovane (un paggio forse?) dentro al castello. Percorsero un lungo corridoio illuminato da numerose fiaccole anche se era giorno, poiché le finestre erano troppo strette per fare entrare molta luce. Il corridoio sembrava infinito, ma in breve arrivarono davanti a una grande porta di legno, dipinta di rosso e con strani simboli a lei sconosciuti.

Il ragazzo aprì un battente e gridò – Annuncio l’arrivo della fiamma a noi profetizzata.

Ci siamo, pensò impaurita Anna, devo sembrare coraggiosa, devo fare una buona impressione su questa gente. Loro sono la mia unica speranza per sopravvivere in questo mondo ed eventualmente, forse, tornare a casa. Mormorando a fior di labbra una preghiera drizzò le spalle ed entrò.

Fu stupita dalla bellezza della stanza: le pareti erano tappezzate in ricco velluto rosso, e le poltrone e i tavoli sembravano d’oro rosso, costellati di rubini. Gli arredi erano posti contro i due muri laterali poiché il centro della stanza era sgombro fuorché un lungo tappeto rosso ai cui lati stavano erette due file di soldati, vestiti come Saiel e i suoi compagni, che portavano però lunghe alabarde, che risplendevano alla luce delle torce.

Alla fine del tappeto si trovava un enorme trono, ed intorno ad esso transitavano almeno venti persone. Uomini e donne senza età, belli di una bellezza non umana che affascinava e intossicava come una droga. Avevano lineamenti delicati, con zigomi alti, occhi inclinati all’insù e colli aggraziati. I loro corpi erano alti e dritti, robusti ma senza traccia di grasso. La loro pelle era chiara e satinata come una pesca. I capelli lunghi e lisci come la seta più preziosa, quelli delle donne erano lasciati sciolti ed intrecciati con fiori e gemme, mentre quelli degli uomini erano legati come la coda di uno splendido cavallo. Quasi tutte le chiome erano rosse.

Anna radunò tutto il proprio coraggio e avanzò verso di loro. Tutti gli occhi erano puntati su di lei e uno sgradevole silenzio, era caduto nella sala.

Ma quello che senza dubbio le incuteva più timore era il personaggio seduto sul trono. Era l’uomo più massiccio che avesse mai visto, con braccia grosse come tronchi, e un torace largo come una tavola da pranzo per dodici. Il volto non era da meno: duro con due piccoli occhi scuri, un enorme naso aquilino, e una folta barba rosso fuoco. Le ricordava lievemente, un vichingo o l’attore che aveva interpretato Menelao in Troy con Brad Pitt.

Coi gomiti sui braccioli del trono nella posa rilassata di chi sa di essere onnipotente, la stava squadrando con curiosità.

-Benvenuta nel mio umile castello, io sono Acaon, figlio di Feron e capo del clan del fuoco.- le disse con voce roboante.

-Hmm…Grazie. Io mi chiamo Anna, e vengo …credo…da un’altra dimensione.- balbettò lei.

-Lo sappiamo bene, il tuo arrivo è stato profetizzato e il tuo aiuto sarà prezioso per il mio clan. Tu sei come noi, come puoi vedere, una figlia del fuoco.- disse indicando i suoi stessi capelli.

Come se non fossi già abbastanza sotto pressione. Queste persone mi credono forse un eroe? Anna rimase in silenzio raccogliendo le idee, non intendeva dire niente che avrebbe potuto inimicarle quell’uomo. Evidentemente lui non si aspettava nessuna parola perché continuò imperterrito a parlare.

-Sarai nostra ospite, e studierai le nostre magie, per scoprire il tuo potenziale. Sarai colei che ci guiderà in una nuova era, così è scritto. – le disse guardandola fisso negli occhi. Più che un invito, sembrava un ordine. -Ora immagino che tu sia stanca, dopo gli eventi di questa giornata. Saiel, il capo delle mie guardie, ti accompagnerà alle tue stanze e rimarrà fuori da esse per tutelare la tua sicurezza. Voglio che tu qui ti senta a tuo agio, e, visto che lo hai già conosciuto, ho pensato che per il compito di proteggerti non avresti voluto un completo estraneo. Riposati, e domani parleremo di nuovo, più approfonditamente.- e con un casuale gesto della mano la congedò, per poi cominciare a parlare in tono molto basso, con alcuni uomini vicini al trono.

Che accoglienza calorosa, pensò sarcastica Anna, certo avrebbe potuto essere peggiore, avrebbero potuto ucciderla a vista…..ma ciò non toglieva che si era aspettata qualcosa di più. Una profezia aveva preannunciato il suo arrivo, ciò non la rendeva una persona importante? Non si meritava qualcosa di meglio? Il capo di quelle persone le aveva dedicato esattamente due minuti, prima di iniziare ad ignorarla. Pur considerandola utile per la sua gente, la vedeva comunque come qualcuno a cui poter dare ordini! Avrebbe voluto prenderlo a calci, urlare, sfogare su di lui tutta la sua frustrazione e la sua rabbia. Urlargli che non voleva stare lì, non voleva abitare con loro, vivere nella loro dimensione, voleva solo tornare a casa sua. Ma non poteva farlo. Era una donna sola in un mondo sconosciuto, era completamente indifesa, non poteva permettersi di farsi dei nemici. Le serviva un rifugio e qualcuno che le spiegasse come poter vivere in quel mondo. Perciò per ora, avrebbe collaborato con questo Clan del fuoco. Almeno la consideravano un ospite e non una prigioniera, o almeno così aveva affermato il capo. Probabilmente la guardia che avrebbero posto fuori dalla sua stanza oltre a proteggerla avrebbe controllato che lei non ne uscisse.

Ingoiando la sua indignazione, Anna indietreggiò lungo la sala fino alla porta. Lì trovò ad aspettarla Saiel. In silenzio lo seguì lungo un labirinto di corridoi, la sua mente era vuota, non riusciva credere di essere sveglia, le sembrava di trovarsi fuori dal suo corpo, mentre questo continuava a respirare, camminare, a vivere, pur senza di lei.

All’improvviso Saiel si fermò davanti ad una porta, e per poco lei non gli finì addosso.

Era arrivata alle sue stanze dunque. Senza dire nulla aprì la porta e la richiuse dietro di lei. Lasciando Saiel fuori a fare la guardia in corridoio.

Per un lungo tempo Anna rimase immobile cercando di respirare, e di raccogliere i suoi pensieri confusi. Ora che finalmente era sola, e probabilmente al sicuro, almeno per il momento, lo stato di shock che aveva tenuto a bada fino ad ora, la sopraffece. Poteva sentire il suo cuore martellare come se volesse uscirle dal petto, e un sudore freddo le ricopriva il corpo, facendola tremare nonostante il fuoco acceso nel caminetto.

Anna, si sedette sul letto e strinse convulsamente il cuscino tra le mani.

Non voleva pensare al suo mondo, a tutto ciò che aveva perso, forse per sempre. Ma non poteva evitare di farlo. Sua madre, suo padre….non li avrebbe più rivisti, mai più. Sua nonna, sua zia, i suoi amici si sarebbero preoccupati per lei, ben presto col passare dei giorni avrebbero perso speranza di rivederla, avrebbero pensato che era morta e lei non poteva farci niente. Non poteva tornare e non poteva contattarli, almeno per ora, ma forse un giorno.

Sua madre le aveva spesso detto, commentando le notizie di bambini rapiti alla televisione, che quella era la tortura peggiore per un genitore: il non sapere.

Piangere un figlio è terribile, ma non sapere se è vivo o morto, dov’è, come sta, se sta soffrendo, è peggio di qualunque cosa, e ora lei avrebbe dovuto soffrire tutto questo.

Non li avrebbe più visti ridere o essere felici, li avrebbe immaginati sempre preoccupati, e non avrebbe potuto farci nulla. Non avrebbe più rivisto il cielo azzurro, il postino, il profumo del suo bagnoschiuma preferito, la sua stanza, il suo letto il suo cuscino senza il quale non riusciva a dormire.

E mentre elencava tutte le cose che aveva ormai perso, continuava a piangere, una lacrima per ogni perdita, milioni di cose perdute, milioni di lacrime versate

Non è giusto, non è giusto, non voglio tutto questo, non voglio. Voglio mia madre….

Anna si arrese alla disperazione e si lasciò cadere sul letto singhiozzando nel cuscino.

Acaon intanto aveva abbandonato la sala del trono per andare nel suo studio privato assieme ai suoi due consiglieri più fidati. Ora che la profezia si era avverata e la fiamma era apparsa tra loro, dovevano stare bene attenti che questa non si rivoltasse contro di loro.

-Dobbiamo essere molto cauti con lei e convincerla a stare dalla nostra parte. Non dovrebbe essere molto difficile, dopo tutto noi siamo tutto quello che conosce in questo mondo.- disse con voce sicura Ragul, il braccio destro di Acaon. Un robusto uomo dagli scuri capelli rossi e dai chiari occhi verdi.

-Sono perfettamente d’accordo con te.- gli disse con un cenno affermativo Acaon. -Basterà che ci comportiamo come al solito, dopo tutto non vogliamo che faccia niente per ora, poiché anche a noi non è chiaro quello che lei è in grado di fare. Solo una volta che il suo vero potere si sarà rivelato saremo in grado di decidere come agire. Quindi per adesso saremo cortesi e le spiegheremo quello che ci conviene che lei sappia.

-Non tutti pensano che la profezia si riferisca ad un cambiamento positivo, alcuni l’hanno vista come un oscuro presagio e considerano la fiamma una portatrice di sciagure. Se queste persone agissero contro di lei saremo costretti a combattere prima del previsto per difenderci.- osservò il braccio sinistro di Acaon, Kagur, colui che guardava sempre al lato negativo delle cose. Era il gemello identico di Ragul che per non essere scambiato per lui si lasciava crescere una folta barba.

-Sciocchezze, io e tutti i capi degli altri clan siamo abbastanza vecchi da sapere che nulla è positivo o negativo, nemmeno le profezie. Tutto è come noi lo facciamo essere. Il futuro sarò luminoso od oscuro a seconda di come useremo il potere che ci è stato dato attraverso la ragazza.- gli rispose Acaon. -Spero che nessuno tenterà di agire contro di noi, per ucciderla o per impossessarsi dei suoi poteri. Per troppi anni i quattro clan nobiliari che detengono il potere qui su Gya sono stati in guerra fra loro. È ora che tutto questo finisca. Un oscuro potere, come sapete, sta rischiando di risvegliarsi per colpa di alcuni pazzi di cui noi non conosciamo l’identità e solo il potere dei quattro clan uniti potrà fermarlo. Ora noi abbiamo in mano una forza che forse ci potrà salvare qualora tutto il resto dovesse fallire.

-Non siamo sicuri che qualcuno dei clan stia cercando di risvegliare le sei bestie, sono solo voci, non abbiamo prove.- disse Ragul.

-Bisogna sempre prepararsi al peggio, e se queste voci fossero vere, non sarebbe solo grave, potrebbe essere la nostra fine.- concluse Acaon.

 

 

Evidentemente lo stress e la stanchezza nonché il pianto dovevano averla fatta addormentare, poiché Anna si risvegliò all’improvviso quando qualcuno bussò alla sua porta.

-Non voglio vedere nessuno- disse Anna, alzando la voce in modo da poter essere sentita all’esterno.

Sentì delle voci che parlottavano e poi bussarono ancora.

-È la cena. – disse la voce di Saiel. -La cameriera se n’è andata, e il vassoio è qui, se vuoi venire a prenderlo.

Anna non aveva nessun appetito, ma si alzò comunque e aprì la porta, sembrava che il suo corpo avesse una volontà propria e indipendente.

‘Anche quando stai male devi sempre cercare di mangiare, solo mangiando si riacquista l’appetito’ le aveva ripetuto tante volte sua madre. Pensare a lei le faceva sentire una fitta al petto, ma il suo corpo era deciso a seguire quel consiglio materno. 

Prese il vassoio dalle mani della guardia. Lui non disse niente, e lei nemmeno. Quando rientrò in camera chiudendo dietro di lei la porta, entrambi furono soddisfatti del fatto non aver dovuto parlare.

Anna appoggiò il vassoio sul tavolo al centro della stanza e si sedette su una delle sedie poste intorno ad esso. Le sembrava di essere priva di forze, un corpo senza vita che però continuava caparbiamente ad esistere. Chiuse gli occhi e si impose di non scoppiare di nuovo a piangere.

Non pensare, non ricordare, guarda solo al presente, e affronta una cosa alla volta, si disse Anna. Non pensarci e forse sopravvivrai.

Una piccola parte del suo cervello (quella che non era sta annientata dallo shock degli ultimi eventi) si rendeva conto che questa filosofia non era il modo migliore di affrontare la sua attuale situazione, non risolveva nulla, ma non riusciva a trovare un altro modo per non crollare. Conosceva termini come depressione, collasso, stato confusionale, ma solo ora si rendeva conto di cosa volessero veramente dire.

-Nessuno in questo mondo mi conosce, nessuno qui mi vuole bene, a nessuno importa di me. Non sono nemmeno una persona per questa gente, solo una “speranza”? Come posso vivere in questo modo, vorrei mori……- la sua bocca si rifiutò di completare una frase talmente vigliacca, e la voce di Anna si spense in un singhiozzo. Scivolò dalla sedia e si piegò in due piangendo, con la fronte che toccava il freddo pavimento. Per lunghi minuti, continuò a piangere sempre più disperatamente, quasi non riusciva a respirare tra un singhiozzo e l’altro. Poi pian piano quando aveva ormai pianto tutte le sue lacrime, si accorse che intorno a lei c’era qualcosa che le era profondamente estraneo: un completo silenzio.

A casa sua, la radio non era mai spenta e la musica la seguiva per tutta la sua giornata, ma da quando era qui non aveva più sentito quel rassicurante sottofondo alla sua vita. Si rialzò dal pavimento e iniziò a frugare dentro la borsa. E pensare che anch’essa aveva viaggiato insieme a lei in un passaggio interdimensionale! Doveva essere fatta di un materiale molto resistente. Con sollievo constatò che anche tutte le cose al suo interno erano sopravvissute incolumi al viaggio. Libri, specchietto, rossetto, gomme da masticare, matite, biro e soprattutto il suo prezioso walkman, erano ancora intatti. Quella mattina aveva portato con sé ben tre cd, ed erano tutti ancora integri!

Infilò gli auricolari e si mise in ascolto della sua canzone preferita degli Evanescence:

Sono stanca di stare qui

sopresa da tutte le mie paure infantili

Se devi andare vorrei tu lo facessi

Perchè la tua presenza aleggia ancora qui

e non vuole lasciarmi sola

Le ferite non sembrano rimarginarsi

il mio dolore è reale,

e ci sono troppe cose che il tempo no può cancellare

Ad Anna sembrò che le note le toccassero il cuore, avvolgendolo in una soffice nuvola che gli impediva di sanguinare e soffrire, e istintivamente cominciò a cantare assieme alla cantante che tentava di dire addio al suo amore.

Quando piangevi asciugavo le tue lacrime

Quando avevi paura ti rassicuravo

Ti ho tenuto per mano per tutti questi anni

e tu mi possiedi ancora completamente

Fuori dalla sua stanza alcune persone che stavano percorrendo i corridoi, si fermarono ad ascoltare la sua voce triste. Saiel, immobile davanti alla porta, fissò quel gruppo di curiosi con sguardo truce, finché non si disperse.

Terminata la canzone, Anna si sentì rincuorata. Non tutto era perduto. Avrebbe sempre ricordato la sua vera dimensione e i suoi cari che là la stavano aspettando. Nessuno poteva toglierle i suoi ricordi, li avrebbe conservati dentro di sé e avrebbe trovato il modo per andare avanti in questo nuovo mondo. E un giorno avrebbe trovato anche il modo di tornare a casa. Saiel il giorno prima aveva parlato di maghi. Questo voleva dire che in quella dimensione esisteva la magia e dove c’è magia tutto è possibile….

Asciugandosi le guance osservò il walkman e il cellulare, entrambi funzionavano grazie a pile ed elettricità, due cose che dubitava esistessero in questa dimensione, doveva trovare un modo per evitare che una volta esaurite le batterie divenissero per sempre inutilizzabili.

Doveva salvare ciò che le restava della sua casa, ad ogni costo. Un’idea prese forma nella sua mente, e decise che domani ne avrebbe parlato con Acaon.

Per ora le avrebbe fatto piacere riuscire a fare un bel bagno caldo. Ne aveva bisogno sia per eliminare la puzza di cavallo che aveva addosso che per cercare di rilassarsi. Chissà se il castello aveva l’acqua corrente calda in tutte le stanze…Lo sperava tanto.

Per la prima volta da quando era entrata nei suoi appartamenti, si guardò veramente attorno. La stanza che le avevano assegnato era piuttosto grande con un bel letto a baldacchino, talmente grande da contenere tre persone, con soffici coperte ricamate in oro e verde, e chiuso da tendaggi di velluto verde. Un bellissimo tappeto che sembrava ritrarre un paesaggio lagunare era posto ai suoi piedi.

C’erano un bel camino e un tavolino basso con sopra una specie di sfera che emanava una luce tenue e rosata. La sfera non aveva fili o spine e non si poteva aprire.  Inoltre nonostante emanasse luce, non era calda al tatto, che fosse magica? Un tavolo con sei sedie era al centro della stanza. A completare l’arredo c’erano anche una comoda poltrona, un armadio vuoto, e un grande specchio appeso alla parete.

C’era poi una porta nella parete laterale, Anna la aprì sperando dietro vi fosse il suo bagno personale e il suo desiderio fu avverato. La stanza conteneva una grande vasca di un metallo che sembrava ottone, alcuni catini, un grande lavatoio con un rubinetto collegato a una pompa (quindi prendono l’acqua da pozzi posti sotto il castello) e verso il fondo, c’era un sedile in pietra, una specie di cubo, con un foro ovale nel sedile, probabilmente un water primitivo.

Pompò e l’acqua scese, ma era fredda. Non aveva affatto voglia di mettere a scaldare l’acqua sul fuoco, ci sarebbe voluta una vita per rendere caldi tutti i secchi che occorrevano a riempire la vasca, e poi c’erano solo secchi di legno che sarebbero bruciati a contatto col fuoco..

Non sapeva proprio che fare, e c’è solo una sola cosa da fare quando non si sa qualcosa: chiedere. Tornò nella sua camera e aprì la porta che dava sul corridoio, di fronte a lei c’era Saiel immobile come una statua.

-Mmm… vorrei proprio fare un bagno, ma non so come scaldare l’acqua, potrei avere secchi di metallo o…

Prima ancora che Anna finisse la sua domanda Saiel entrò nella sua stanza e da lì nel suo bagno. Anna lo seguì perplessa, forse i secchi, anche se di legno, qui non bruciavano, pensò. Saiel prese un secchio e lo riempì d’acqua, ma invece di portarlo sul fuoco, lo versò nella vasca. Riempì e svuotò un secondo secchio, poi un terzo e così via finché non riempì a metà la vasca. Anna stava per dirgli che nel suo mondo il bagno si faceva caldo, ma si fermò quando lo vide immergere la mano nella vasca.

Il suo braccio si illuminò per un attimo e del vapore uscì dall’acqua.

-Ora l’acqua è calda, se vuoi, puoi aggiungere acqua fredda per aggiustarne la temperatura.- detto questo, uscì e tornò in corridoio.

Anna immerse un braccio nell’acqua, e constatò che era bollente.

–Magia.- sussurrò. -Una gran bella comodità. – Si spogliò e si immerse nella vasca fumante con un sospiro di sollievo. Non aveva chiesto un asciugamano e non aveva vestiti puliti, ma di questo si sarebbe occupata domani, per stasera si sarebbe asciugata davanti al camino e avrebbe dormito nuda.

Si stava crogiolando nell’acqua, cercando di svuotare la testa da ogni pensiero, quando all’improvviso sentì una corrente di aria fredda contro la pelle. Riaprì subito gli occhi e vide apparire dal nulla di fronte a lei un uomo.

Profondi occhi neri la fissavano da un volto che pareva scolpito nella porcellana, completamente liscio tranne che per due profonde rughe intorno alla bocca, probabilmente causate da un riso frequente. Era una faccia senza età, quell’uomo vestito di una sgargiante tunica dorata poteva avere venti come quarant’anni, ma i suoi lunghi capelli, che portava sciolti sulla schiena, erano completamente bianchi e contrastavano con il suo abbigliamento. 

-Salve Anna. Sono felice che tu sia arrivata sana e …- iniziò a dire lo sconosciuto, ma venne drasticamente interrotto da Anna, che, ripresasi dalla sorpresa che l’aveva paralizzata, urlò con tutta la sua forza.

–Aiuto! Saiel!- Nemmeno due secondi dopo, la guardia spalancò la porta del bagno e irruppe nella stanza. Vedendo l’intruso si fermò di colpo e si ricompose nell’immobilità a lui solita.

-Sei tu arcimago, avrei dovuto immaginarlo.- disse allo sconosciuto.

Due uomini nella stanza da bagno e nessuno che si decideva ad uscire. Questo era troppo! Anna abbassò gli occhi e controllò che tutto quello che doveva essere coperto fosse ben nascosto dall’acqua, e poi colpì con uno sguardo furioso Saiel. – Portalo fuori di qui subito! – urlò con voce resa stridula dalla rabbia.

Lo sconosciuto per nulla scomposto si accinse a dare spiegazioni come se si trovasse in salotto a prendere un tè con lei, invece che nel suo bagno. – Mi dispiace di averti spaventato con la mia apparizione, ma..

Anna non lo lasciò finire e, con una voce ormai talmente stridula e acuta da risultare spiacevole persino a lei, riprese a urlare. -Non mi interessa che lei sia dispiaciuto di essersi teletrasportato qui come faceva Spock in Star Trek, l’unica cosa che mi importa è che lei esca immediatamente dal mio bagno, non ha mai sentito parlare di privacy?!!!!!

Saiel decise di intervenire prima che i suoi timpani scoppiassero a causa degli urli di Anna.

-Arcimago, credo che dovresti uscire, domani potrete parlare con più calma.

Lo straniero sembrava non avesse nessuna intenzione di andarsene.

-Volevo semplicemente presentarmi.- disse con calma, come se parlasse tutte i giorni con donne nude che si stavano facendo il bagno.

Saiel guardò lievemente allarmato la vena pulsante del collo di Anna che annunciava un  nuovo sfogo in arrivo. Anna infatti era ormai al limite della sua pazienza. Quel giorno era stata strappata al suo mondo, catapultata in un altro, fatta salire su uno scomodo cavallo, trattata con sufficienza e ora messa in imbarazzo mentre faceva il bagno! Come osavano?! Quel dannato Arcimago la stava chiaramente esasperando apposta, con quel suo sorrisino e non era il giorno giusto per farlo! Ormai incurante della sua nudità nella sua rabbia, uscì dalla vasca, prese uno dei secchi posti di fianco alla vasca e urlando

-Fuoriiiii!- lo scagliò contro l’arcimago.

Questo purtroppo svanì nel nulla prima di essere colpito, lasciando uno stupito Saiel davanti a una donna nuda e arrabbiata.

Sparita la causa del suo odio la mente di Anna si schiarì e si rese conto di essere completamente nuda in piedi davanti alla guardia che la fissava. Arrossì come un peperone e cercò di coprirsi con le mani come poteva. Saiel si affrettò ad uscire e tornare in corridoio temendo nuove urla isteriche.

E lì, ad aspettarlo fuori dalle stanze di Anna, trovò l’arcimago che ridacchiava allegramente, come se avesse assistito allo spettacolo comico più spassoso mai visto.

Saiel non disse niente e riprese il suo posto di guardia come se niente fosse successo.

-Sai benissimo che la tua facciata di pietra, è inutile con me, io posso leggere i pensieri nella tua mente, e stai pensando che mi sia comportato in modo molto maleducato con la nostra ospite.- gli disse l’arcimago sorridendo. -Ma devi credermi volevo solo presentarmi, cosa che non ho potuto fare, poiché quando è arrivata non ero presente nella sala del trono. Quando ho deciso di teletrasportarmi da lei non immaginavo di trovarla in bagno, né che stare nella stessa stanza con lei mentre si lavava fosse una cosa così sconveniente nel mondo da cui proviene. Invece i suoi pensieri erano chiarissimi, nella sua dimensione le persone sono molto più pudiche e vedono la stanza da bagno come luogo assolutamente privato. Incredibile. Noi siamo molto più liberi.

Saiel gli gettò uno sguardo senza dire nulla, e l’Arcimago ridacchiò

-Sì lo so, quando mi sono reso conto di quello che pensava sarei dovuto uscire, ma era una situazione così divertente, non ho mai visto prima una donna così arrabbiata. Non nei miei confronti almeno.

Saiel non disse niente e tornò a fissare davanti a sé.

L’arcimago sospirò. -Ve bene, me ne vado, le parlerò domani, ma so benissimo che anche tu ti sei goduto la scena, specialmente l’ultima parte.- e detto questo se ne andò lasciando una guardia assolutamente immobile e seria, ma con le orecchie rosse.

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Una Risposta to “Leggi il primo capitolo del romanzo”

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